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Per emergenza si intendono eventi imprevisti e pericolosi che producono un forte impatto e grandi ripercussioni nella vita dei protagonisti.
A livello individuale o familiare l’emergenza può riguardare malattie impreviste (ictus, infarti), incidenti stradali o sul lavoro, violenze contro altri o se stessi (abusi, omicidi, suicidi).
A livello comunitario l’emergenza può essere legata a incendi, frane, esplosioni chimiche, inondazioni, incidenti aerei o ferroviari, terremoti, guerre, tsunami.
In ogni emergenza i fattori critici sono rappresentati dalle circostanze dell’evento calamitoso, dall'identità, dai ruoli, dalle reazioni e delle risorse delle persone coinvolte e dal supporto disponibile a chi soffre.
Analizzando brevemente gli ultimi due aspetti, è importante innanzitutto tener presente che chi è ferito o traumatizzato da un evento drammatico, oltre al senso di smarrimento e sconforto per quanto perduto, possiede risorse per far fronte all'accaduto, tra cui:
Le risorse cognitive (analizzare il da farsi, invocare aiuto, pensare alle persone care, chiamare i soccorsi…);
Le risorse psicologiche (i tratti caratteriali che si manifestano nelle crisi, quali la capacità di reagire all'evento calamitoso, l’impulso alla lotta dettato dagli affetti, il coraggio, la resilienza…);
Le risorse spirituali (affidarsi a Dio, pregare, affrontare l’imprevisto con atteggiamenti costruttivi…);
Le risorse fisiche (agire, usare la propria creatività nell'avversità, soccorrere chi è nel bisogno…).

A seconda degli eventi, il supporto esterno o le forze di intervento sono rappresentate dai vigili del fuoco, dalla protezione civile, dai carabinieri, dalla croce rossa, dalla caritas, dalle misericordie, dal volontariato e dai diversi professionisti (medici, psicologi, funzionari delle pompe funebri, sacerdoti…) presenti nell'emergenza.

Le reazioni ad una calamità
A seconda degli eventi calamitosi, soprattutto se imprevedibili e devastanti, si producono diverse reazioni luttuose nei protagonisti o superstiti, che riguardano:
• Le conseguenze fisiche e materiali
• L’impatto mentale
• Le reazioni psicologiche
• Gli atteggiamenti comportamentali
Analizziamo brevemente ciascuno di questi ambiti:
Le conseguenze fisiche o materiali: nello scisma che ha colpito l’Aquila e dintorni, le implicazioni materiali hanno riguardato: la perdita delle cose e dell’abitazione, la perdita di riferimenti geografici (chiesa, ambienti di vita, supermercato…), la perdita di comodità (luce, riscaldamento, servizi igienici…), la perdita del lavoro, la perdita di un’entrata economica e così via.
L’impatto mentale: un evento traumatico che devasta il proprio progetto di vita - a livello familiare o comunitario - scatena tanti dolorosi interrogativi circa il senso di questi eventi, il perché abbia colpito una determinata popolazione, angosce relative al proprio futuro, domande circa l’agire o la presenza di Dio nelle avversità.
Le reazioni psicologiche: dietro ogni calamità che scombussola la propria pace e stabilità si sprigiona un ventaglio di sentimenti, di diversa intensità e durata, che altera la vita e il sonno di superstiti.
Si va dalla reazione di shock e incredulità dei primi giorni o settimane, alla rabbia e ribellione per sogni distrutti o persone perse, dallo smarrimento e confusione dinanzi a una realtà profondamente cambiata, al senso di colpa per errori connessi o per non aver potuto salvare persone o beni, dall'impotenza dinanzi ai propri limiti all'indignazione per il ritardo nei soccorsi, dall'invidia nei confronti di chi è stato risparmiato dall'avversità allo struggimento per i danni incalcolabili subiti.
Il vissuto comportamentale: reazioni frequenti dinanzi a un evento calamitoso possono includere il mutismo o l’incapacità di esprimersi, la tendenza a chiudersi nel proprio mondo e dolore, la difficoltà a mangiare, il disagio a incontrare gli altri, un istintivo rifiuto verso coloro che cercano di aiutare, la rinuncia a lottare, atteggiamenti di pessimismo e disfattismo, il rifugio nelle compensazioni (alcol, TV), il congelamento del cuore, la regressione, la proiezione di colpe verso quanti (persone o istituzioni) sono ritenuti colpevoli del proprio patimento.
Sul versante positivo, alcuni protagonisti di vicende dolorose possono reagire rimboccandosi le mani, affrontando con coraggio i disagi e le sfide, facendo scaturire la speranza all'ombra delle macerie, dedicandosi a promuovere la ricostruzione dell’ambiente, di se stessi e degli altri.
In un certo senso si adoperano per rendere fecondo il dolore, secondo le parole di E. Jackson “Ciò che importa non sono le ferite causate dalla vita, ma ciò che si fa con le ferite della vita” e sono motivati ad aiutarsi attingendo alla saggezza, antica e sempre nuova, di Seneca “Una parte fondamentale della cura consiste nel voler essere curato”.


Cuori accanto alle fragilità umane

Il farmaco più prezioso per chi si trova improvvisamente privato dei propri sogni, orfano di presenze care e spogliato delle proprie certezze è la presenza e l’ascolto di persone vestite di sincera umanità e delicatezza.
Nelle parole di Giovanni Paolo II, “Il mondo del dolore invoca costantemente un altro mondo, quello dell’amore” (Salvifici Doloris n. 46).
Questo amore è interpretato e testimoniato da tutti coloro che, con sensibilità e competenze diverse, sono portatori della solidarietà e della prossimità umana nelle emergenze: dalle diverse associazioni di volontariato ai professionisti della salute, dalle forze dell’Ordine ai rappresentanti della Chiesa, dagli psicologi ai vicini di casa.
Ognuno, a seconda della propria formazione e abilità, può svolgere interventi diversi accanto agli sventurati, per alleviarne le ferite fisiche, psicologiche e morali.
Nella tradizione cristiana il modello di riferimento per l’esercizio della solidarietà è la parabola del Buon Samaritano (Lc. 10, 30-35). L’agire del Samaritano riassume gli atteggiamenti essenziali che possono orientare l’azione del soccorritore nei confronti del soccorso o di tutti i malcapitati esposti alle calamità e agli imprevisti della vita.
Il suo intervento si può articolare nei seguenti momenti:
 La consapevolezza: “Lo vide”. Oggi questa consapevolezza è veicolata dai mezzi di comunicazione sociale (TV, radio, telefonini…), che informano su sinistri o eventi calamitosi;
 La compassione: “n’ebbe compassione”. La motivazione ad intervenire nasce dalla sensibilità del cuore e dal desiderio di alleviare la sofferenza altrui;
 La prossimità: “Gli si fece vicino”. L’emergenza è una chiamata ad intervenire presto, per superare le distanze geografiche e fisiche tra gli aiutanti e gli aiutati e rendersi presenti sulla scena.
Il 118, le ambulanze, i vigili del fuoco sono spesso i ponti tra la solitudine e la prossimità, tra la paura e la speranza, tra la morte e la vita;
 Il coinvolgimento o l’aiuto prestato: “Gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino…”. Negli incidenti stradali o nelle catastrofi, la rapidità dei soccorsi e la competenza dei soccorritori costituisce una variabile determinante.
La dinamica dell’ascolto, in questi casi, è legata all'osservazione dei feriti, la trasmissione e raccolta di informazioni, il tamponamento delle ferite in vista di interventi più articolati presso il Pronto Soccorso o i reparti di Rianimazione o di Chirurgia di un ospedale;
 Il trasporto e l’accompagnamento: “Poi caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda…”. Ci sono situazioni così critiche che alcuni secondi o minuti sembrano durare un’eternità nella percezione dei protagonisti.
Il trasporto a sirene spiegate in un’ambulanza può rendere il viaggio di speranza meno travagliato, meno carico di solitudine e meno avvolto nella disperazione se il ferito a bordo si sente confortato da voci e presenze rassicuranti.
 La collaborazione: “Abbi cura di lui…”. Il compito di alleviare la sofferenza umana spetta ad ogni persona e può contribuire a guarire, a prendersi cura o a consolare gli afflitti.

L’ascolto che guarisce

L’arte di aiutare si può articolare attorno a quattro verbi che sintetizzano i diversi orizzonti della misericordia; si possono orientativamente disporre nel seguente ordine nella strategia dell’aiutante:
1. Che cosa posso ESSERE per chi è ferito o nel dolore
2. Che cosa posso COMUNICARE a chi è ferito o nel dolore
3. Che cosa posso IMPARARE da chi è ferito o nel dolore
4. Che cosa posso FARE per chi è ferito o nel dolore.

Essere presenti è il primo requisito nell'arte di aiutare. Il solo sapere di un evento calamitoso o il seguirne le notizie da lontano, non contribuisce ad alleviare la sofferenza umana. La missione è di rendersi presenti.
Ci sono eventi e circostanze che lasciano sgomenti, senza parole.
La presenza, spesso silenziosa e rispettosa, è la prima espressione di solidarietà che parla più di mille parole.
Ci sono aiutanti che si lasciano travolgere dall'affanno di consolare: le loro parole o le facili frasi di circostanza potrebbero produrre l’effetto opposto e turbare chi è nel cordoglio.  Dinanzi a eventi luttuosi legati a un improvviso decesso o a una catastrofe, il dono della presenza si esprime attraverso la vicinanza, un abbraccio, una mano sulla spalla, una carezza, l’offerta di un fazzolettino, un silenzio carico di rispetto e di calore umano.
La prossimità, vestita di discrezione, autenticità e sensibilità, è un farmaco che non toglie il dolore, ma lo rende più sopportabile, meno dilaniante.
In molte situazioni tragiche sia il visitatore che il visitato vivono il dramma dell’impotenza, per non poter cambiare il destino o quanto accaduto. La vicinanza di qualcuno disposto a vegliare nell'oscurità diventa balsamo che allevia l’immensa solitudine del sofferente.
Nella tradizione cristiana il simbolo supremo di questa presenza è Maria ai piedi della croce del Figlio Gesù, crocifisso all'età di 33 anni, dopo una vita dedicata agli altri. Lo “Stabat Mater” ce la presenta come una Madre dignitosa nel suo immenso dolore; è una Madre che non manifesta indignazione verso coloro che hanno crocifisso il suo Figlio, non fa l’isterica dinanzi a un’esecuzione così orrenda e umiliante, non si lascia travolgere dalla disperazione.
In mezzo a tanta gente ingrata e accecata dall'odio e dall'ignoranza, Maria veglia accanto al Figlio morente per rappresentare l’amore presente.

Saper comunicare è il secondo ingrediente nell'arte di aiutare. L’impatto con una tragedia sconvolge l’esistenza dei superstiti e, spesso, li fa piombare nella disperazione più nera.
Molti esigono delle spiegazioni logiche ai propri interrogativi: “Perché è successo?”; “Perché a noi?”; “Perché Dio non fa morire gli assassini che fanno del male e non risparmia la vita delle persone buone?”; “Perché Dio non ci ha protetto?”; “Perché Dio si è portato via mio figlio?”.
Sono invocazioni strazianti che lacerano anche la mente e il cuore di quanti vorrebbero alleviare la pena.
Dietro queste espressioni c’è la delusione per attese frustrate o la rabbia per progetti sconvolti o per sogni distrutti.
Purtroppo, molti eventi infausti accadono senza che se ne possano trarre risposte logiche, intelligibili o esaurienti.
Alcune tragedie sono intrise nel mistero della vita, altre sono causate dall'irresponsabilità umana (es. la morte causata sotto l’effetto dell’alcol o della droga); alcune sono legate alla condizione di limite della condizione umana (es. un infarto), altre ripropongono costantemente la consapevolezza della precarietà umana dinanzi ai fenomeni della natura che è in costante evoluzione (es. terremoti, eruzioni vulcaniche…).
In un certo senso, il dramma della sofferenza tocca il mistero dell’uomo, ma tocca anche il mistero di Dio.
Ce lo ricorda Giobbe nel suo patire e, ancora di più, Gesù nel suo grido che attraversa la storia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt. 27, 64).
Dio ha creato un mondo segnato dall'imperfezione e dai limiti, governato dalle leggi naturali e dal principio della libertà umana.
Il fatto che non intervenga per prevenire le tragedie non significa, però, che non sia presente nelle vicende dolorose.
I misteri della fede cristiana ci ricordano come Dio abbia scelto la via della povertà e della debolezza, attraverso l’Incarnazione, la Passione e la Morte di Gesù, per rivelare la sua vicinanza e il suo amore per l’umanità.
Nelle parole di Claudel: “Dio non è venuto nel mondo per sopprimere la sofferenza, non è venuto nemmeno per spiegarla. È venuto ad assumerla e a colmarla con la sua presenza”.
Nella visione cristiana la risposta ultima alla sofferenza è la croce di Cristo e la Pasqua, come passaggio obbligato dalla morte alla vita, rimane il cuore della storia della salvezza.
Ora, dinanzi alla protesta e alle domande di quanti sono lacerati dal dolore, il ruolo degli aiutanti non è quello di difendere Dio, che è abbastanza grande per difendersi da solo, né quello di perdersi in erudite considerazioni teologiche, ma piuttosto quello di permettere lo sfogo e di dare spazio all'amarezza e allo sconforto, perché siano liberati e spurgati.


Ascoltare ed accogliere il dolore è premessa indispensabile per mitigarlo.
Chi si sente ascoltato e capito, un po’ alla volta va accettando la ferita ed è aiutato a cicatrizzare il cuore ferito.
Sintonizzarsi con i pensieri e gli stati d’animo degli interlocutori è praticare l’empatia, che costituisce un atteggiamento fondamentale nella relazione di aiuto.
L’empatia non equivale a identificarsi o a fare proprie le ferite dell’altro, non comporta la condivisione dei propri problemi, non si manifesta nella tendenza a minimizzare le ferite altrui.
Empatia significa “entrare nel pathos” dell’interlocutore, mettersi nei suoi panni, vedere le cose dalla sua prospettiva.
Si manifesta nella capacità di prestare attenzione all'interlocutore, di porlo al centro dell’attenzione, di individuare i suoi bisogni, di esplorare le sue preoccupazioni e di portare alla luce le sue risorse.
“Aiutare qualcuno non è in primo luogo una faccenda di teologia, ma di empatia; non si tratta di convincere o di istruire, ma di ascoltare l’altro e mettersi nei suoi panni. Prima di applicare il balsamo, bisogna sapere di che natura è la ferita” .
Il dolore non ha patria né religione. Invoca ascolto, non soluzioni; comprensione, non facili considerazioni; attenzione alla sua specificità, non generalizzazioni che lo mortificano. Chi soffre ha bisogno di “spurgare” il pus che lo inquina e di dare sfogo al labirinto di pensieri e sentimenti, per i progetti incompiuti o distrutti, quale percorso ineludibile per sanare la ferita.

Saper imparare: perché l’aiuto sia efficace è necessario conoscere gli interlocutori, la loro cultura, la loro storia, i loro valori e le loro attese. Una sfida delicata, proposta nella ricerca Rainbow, concerne il vissuto dei bambini e dei giovani nelle calamità e l’esplorazione di strategie per sostenere e accompagnare queste fasce di età.
Lo studio Rainbow, attraverso l’utilizzo di tabelle illustrative e di diversi questionari, ha cercato di valutare le reazioni e i comportamenti dei bambini e degli adolescenti a seguito del sisma in Abruzzo.
La ricerca ha evidenziato la presenza di alcuni comportamenti problematici (es. disturbi di ansietà, stati depressivi, malesseri somatici, impulsività incontrollabile, tendenza all'isolamento…), che si possono manifestare nei bambini e negli adolescenti nello stress post traumatico.
Nell'ascolto e accompagnamento di queste fasce di età, particolarmente vulnerabili a eventi traumatici, risulta importante per gli aiutanti conoscere e saper adattarsi al loro linguaggio espressivo: il cordoglio, nei bambini, potrebbe trovare espressione nel gioco, nell'uso di metafore o nel disegno e, nei giovani, nel bisogno di trovarsi con gli amici, per contrastare il rischio dell’isolamento.
In qualsiasi situazione di emergenza, sia nella fase immediata che nelle tappe successive all'evento calamitoso, il soccorritore offre la disponibilità del suo tempo e delle sue risorse nella consapevolezza di essere lui stesso una persona segnata dall'esperienza del limite e delle ferite.
Ogni aiutante, come ogni persona aiutata, attinge al patrimonio delle proprie ferite assunte e cicatrizzate (a livello fisico, materiale, relazionale, spirituale) quella forza, saggezza e accresciuta umanità che gli permettono di diventare un “guaritore ferito” accanto a chi sperimenta ora l’avversità e i profondi mutamenti prodotti nella propria esistenza.
C’è un filo rosso che accomuna la storia dell’aiutante e dell’aiutato, segnati entrambi dal vissuto di fragilità, e la calamità diventa il momento di incontro tra il patire e lo sperare; nelle parole di Benedetto XVI “È importante che il soffrire sia luogo di apprendimento della speranza” (Spe salvi, 35 ). Il soccorritore genera speranza attraverso il suo essere e il suo esserci.
Il progetto di aiuto richiede inizialmente l’impegno, da parte dei buoni samaritani, di conoscere l’identità delle persone soccorse: la loro cultura, i loro ruoli in famiglia, i loro valori, le loro debolezze e le loro risorse. L’apprendimento è facilitato dall'osservazione e dall'ascolto dei gesti, dei silenzi, del “detto” e del “non detto” e delle metafore usate dagli interlocutori. L’arte di imparare dai “documenti umani” comporta nell'aiutante due abilità:
 La prima consiste nel dare spazio e accoglienza alla verbalizzazione degli stati d’animo, dei pensieri e degli sfoghi di chi soffre.
Nelle fasi iniziali del cordoglio questa tappa richiede tempo, spazio e pazienza, per dare modo agli angustiati di narrare il proprio dolore.
Ogni persona addolorata ha bisogno di ripetere il racconto del proprio vissuto aggiungendo, di volta in volta, altri dettagli e considerazioni.
Il processo della narrazione fa parte del cammino di graduale accettazione ed elaborazione di una tragedia, specie quando l’evento ha devastato le strutture della propria esistenza.  La fase dell’ascolto e dell’accoglienza del turbamento e delle ferite va coniugata con un secondo momento altrettanto importante per la guarigione e maggiormente orientato allo sviluppo della speranza.

 La seconda tappa consiste nell'individuare e portare alla luce le risorse mentali, psicologiche, affettive e spirituali presenti in chi vive una disgrazia.
D. Soelle , autore di un libro penetrante sulla sofferenza, suggerisce che la vera sfida dinanzi alle prove della vita è di andare altre la domanda “Perché proprio a me?”, per aprirsi alla fecondità del dolore, cercando di scoprire “Dove mi può guidare questa sofferenza?”.
Il percorso di graduale guarigione richiede strategie e tempi diversi, a seconda degli eventi accaduti, della personalità dei superstiti e della loro capacità di trasformare la sofferenza in crescita.

Saper fare: il quarto verbo rappresenta tutte le azioni e iniziative che i soccorritori possono mettere in atto nelle calamità. Gli interventi legati al “fare” dipendono, spesso, dall'integrazione e conoscenza dettati dai precedenti momenti, vale a dire il “rendersi presenti”, il “saper comunicare” efficacemente con gli interlocutori, l’apprendimento delle loro condizioni, frammenti biografici, preoccupazioni e bisogni al fine di effettuare interventi opportuni e mirati.
Il verbo “fare” si fonda sulla concretezza e sulla tangibilità di azioni tese a migliorare le condizioni di chi è traumatizzato da avvenimenti luttuosi.
Gli interventi si differenziano, a seconda delle competenze dei soccorritori: l’azione di un vigile del fuoco che cerca di liberare dalle lamiere chi è rimasto coinvolto in un incidente ferroviario è diverso dall'intervento di uno psicologo che conforta una madre sotto shock dopo un terremoto o di un sacerdote che benedice una salma estratta da sotto le macerie o di un medico che interviene per soccorrere i feriti o di tecnici che cercano di ristabilire il rifornimento della luce o dell’acqua alle vittime di paesi rimasti isolati.
Il verbo “fare” comporta implicazioni concrete anche per le persone traumatizzate e, a seconda dell’emergenza, può implicare un loro diretto impegno a ricostruire le proprie abitazioni o a ricollocare altrove il proprio futuro, la collaborazione con le reti di solidarietà, il reinserimento nelle attività sociali, la motivazione a investire nel presente e nel futuro, per non restare prigionieri del passato.
Re-investire può significare, inizialmente, la sfida a ricostruire gradualmente la speranza attraverso la presa di decisioni, la fiducia e l’apertura agli altri, la partecipazione a gruppi di mutuo aiuto per usufruire del sostegno emotivo e sociale, la frequentazione di corsi o di esperienze formative, per accrescere ed espandere la propria creatività e maturare una sana autostima.
Nell'esperienza del terremoto all'Aquila, la sfida del “tempo libero” per quanti erano confinati nelle tendopoli, è stata affrontata attraverso l’offerta di corsi di cucito, stimolanti attività artistiche, l’insegnamento del ballo, l’educazione culinaria, attività di divertimento per bambini e giovani.
Per le persone in lutto, ad esempio, il pericolo della solitudine o della depressione si supera praticando attività fisiche, quali: uscire di casa, andare a fare la spesa al supermercato, fare una camminata in un bosco, dipingere, praticare qualche sport, coltivare qualche hobby, coinvolgersi in iniziative concrete miranti a promuovere la salute del corpo e della mente e a favorire il senso di appartenenza sociale.

Considerazioni conclusive

La sofferenza rimane sempre un ospite sgradito, ma irrimediabilmente presente nelle vicende umane. La storia dell’uomo è, in un certo senso, la storia dei suoi dolori. L’irruzione nella propria storia di un evento doloroso, talvolta tragico, scuote le proprie certezze, smaschera le false sicurezze, rivela i volti della propria umanità ferita e rende consapevoli della propria mortalità.
C’è chi percepisce l’evento doloroso o la calamità come un castigo o una punizione, per errori commessi o responsabilità disattese, chi come una prova per purificare la propria vita o un’occasione per consolidare, anche nell'avversità, la propria fede, chi come una fatalità o un’ingiustizia, chi come un’assurdità o uno scandalo, chi come un mistero con cui convivere, chi come una scuola da cui imparare lezioni preziose su ciò che è essenziale nella vita, chi come un’opportunità di crescita umana e spirituale.
La libertà umana non consiste nel poter scegliere le proprie tragedie, ma nell'atteggiamento che si assume dinanzi ad esse.
C’è chi trasforma la propria tragedia in un infinito venerdì santo e chi testimonia la speranza, chi non fa che piangere sulle proprie sventure e chi coltiva il buon umore e il sorriso nonostante tutto, chi si chiude nel proprio dolore e chi si prodiga per alleviare le sofferenze altrui, chi focalizza costantemente l’attenzione sulle difficoltà e chi impara a valorizzare i progressi, chi dagli altri pretende tutto e chi non chiede niente, chi non pensa che alla morte e chi si concentra sulla vita, chi è prigioniero del passato e chi è libero di vivere il presente.
Nelle avversità cento persone rappresentano cento modi diversi di viverle; c’è chi assume atteggiamenti prevalentemente positivi e costruttivi e chi si rifugia in meccanismi negativi e autolesionistici. Lo stile di presenza di quanti si propongono come compagni di viaggio nelle calamità può favorire atteggiamenti sananti, soprattutto se il loro modo di relazionarsi è empatico, delicato e rispettoso.
La discrezione, l’ascolto e il feedback di aiutanti umani e umanizzanti può contribuire a modificare l’ottica negativa di alcune persone sconvolte dal dolore, introducendo considerazioni e riflessioni che ne cambiano l’ottica di riferimento.
Le perdite costringono l’uomo a riflettere sulla provvisorietà di ogni bene, sulla precarietà di ogni legame e sulla fragilità dell’esistenza.
Questa consapevolezza genera sofferenza ma, allo stesso tempo, può orientare a interiorizzare verità che non si possono eludere, quali: la transitorietà della vita, la caduta dell’illusione di essere in controllo degli eventi, la rappacificazione con la realtà che siamo figli più che padroni della natura, la dipendenza a Dio e dagli altri, l’invito a fortificare le virtù, quali la pazienza e la perseveranza, la ricerca del senso della sofferenza e del significato che può scaturire all'ombra delle ferite.
Purtroppo, per alcune persone il dolore non genera crescita e le piaghe non si rimarginano mai: restano prigionieri dell’amarezza per quanto accaduto, si sentono traditi da Dio o dal destino, assolutizzano il valore del passato e si negano a progettare il futuro.
Per altri, il viaggio nel dolore si trasforma in viaggio interiore, che cambia profondamente il corso successivo della vita. Queste sono le persone che sperimentano “la grazia nella disgrazia”, e realizzano un cammino che le rende più umane, più profonde, più solidali.
La vita è per tutti un viaggio che richiama la vulnerabilità degli attaccamenti e l’inevitabilità delle perdite. Questa constatazione può angustiare e produrre risentimento e ribellione, ma diventa anche invito all'umiltà e alla purificazione dei valori. I saggi consolatori nel dolore sono coloro che si fanno compagni nei diversi misteri dell’uomo e nelle diverse interpretazioni delle tragedie umane offrendo il dono dell’ascolto e della propria presenza.

P. Arnaldo Pangrazzi, M.I.











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